Museo Archeologico Nazionale (Area urbana di Chiusi etrusca - Clevsie)
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Area urbana di Chiusi etrusca - Clevsie /
Via Porsenna, 17
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Il Museo Archeologico Nazionale di Chiusi nacque come Museo Civico nel 1871; dal 1963 è statale. La sede attuale, in stile neoclassico, fu inaugurata nel 1901 e successivamente ampliata. L’edificio accanto, tipico esempio di architettura razionalista del Ventennio, realizzato nel 1938 come Casa Littoria, ospita il Laboratorio di Restauro e la Sala per le Mostre temporanee. All’allestimento di primo Novecento collaborò Bartolomeo Nogara, agli inizi della prestigiosa carriera di studioso che l’avrebbe visto ai vertici del Musei Vaticani per oltre un cinquantennio; a Doro Levi, altra figura di spicco dell’archeologia italiana e internazionale, si deve invece, nel 1935, la prima guida scientifica del museo. Guglielmo Maetzche seguì le fasi della ricostruzione e dei restauri dopo gli eventi bellici del giugno 1944, che avevano causato danni gravissimi alla struttura e alle collezioni. Risale agli ultimi decenni l’ammodernamento della veste espositiva e il restauro completo dei materiali esposti, con importanti interventi nel 1985 e nel 1992, direttrice Anna Rastrelli, e poi ancora nel 2003, curatori scientifici Mario Iozzo e Francesca Galli. La didattica si avvale di un ricco supporto di pannelli e didascalie in italiano e inglese; nella sala video è inoltre possibile la visione virtuale delle tombe dipinte chiuse al pubblico per esigenze di conservazione. Di recente, nel 2009, il museo si è arricchito di uno spazio dedicato alla consultazione dei libri della sua biblioteca. Il portico, affollato deposito di sculture, capitelli, urne ed epigrafi, rispecchia ancora l’originaria sistemazione di primo Novecento. Le cinque statue togate, ricollocate all’interno di nicchie, appartenevano a un’edicola funebre di età romana, ritrovata lungo l’antico percorso della Via Cassia. All’interno l’ordinamento dei reperti tiene conto di criteri cronologici e tematici, cercando ove possibile la ricomposizione dei contesti di provenienza, e, allo stato delle ricerche, offre un quadro ampio e esauriente della civiltà di Chiusi e del suo territorio dalla fine del II millennio a.C. all’alto medioevo. Sezioni specifiche sono riservate alle espressioni culturali e artistiche tipiche del territorio di Chiusi ed alle importazioni più significative e prestigiose, messe a confronto con le produzioni locali che da esse trassero ispirazione.
Nella prima sala sono esposti reperti, soprattutto ceramici, ma anche metallici, in osso e pietra, risalenti alle età più antiche, del Bronzo Recente e Finale, del Ferro, dell’Orientalizzante, restituiti ora da scavi recenti di abitato e ricognizioni di superficie, ora da vecchi ritrovamenti di sepolcreti a incinerazione. Così, accanto a oggetti di uso domestico e produttivo ne troviamo altri a destinazione funeraria, in genere più curati esteticamente e maggiormente integri per le diverse condizioni di recupero e conservazione.
Caratteristici sono gli ossuari biconici dell’Età del Ferro e di particolare rilievo il coperchio di uno di essi, sormontato da due figurine ritratte nell’atto di abbracciarsi. Risalgono all’Orientalizzante i vasi di bucchero con decorazione impressa ‘a cilindretto’ dove già si evidenzia la tipicità della produzione chiusina messa a confronto con i materiali d’importazione. Importantissima per pregio e suggestione è la collezione di ‘canopi’, i vasi cinerari di età Orientalizzante dal coperchio conformato a testa umana, qui presenti con numerosi esemplari deposti su trono. In genere il trono, simbolo dell’elevata posizione sociale del defunto, è in terracotta, ma nel caso del notissimo ‘canopo di Dolciano’ è di bronzo laminato e sbalzato, decorato con animali fantastici. Le importazioni di vasellame greco dipinto, che fecero giungere a Chiusi sin dai primi decenni del VI secolo a.C. capolavori assoluti, primo fra tutti il grande cratere François, vanto del Museo Archeologico di Firenze, sono rappresentate in particolare da raffinata ceramica attica, da quella più antica, ‘a figure nere’, a quella ‘a figure rosse’, fra cui spicca lo skyphos ‘di Penelope’ (datato attorno al 440 a.C.), con la nota rappresentazione della sposa di Ulisse davanti al telaio.
Nella stessa sala, a confronto, trovano spazio i prodotti delle officine ceramiche locali, sia d’imitazione, a ‘figure nere’ e a ‘figure rosse’, sia in bucchero ‘pesante’.
In particolare, vasto e selezionato è il campionario dei buccheri ‘pesanti’, tipici delle manifatture chiusine del VI secolo a.C., così detti per la decorazione sovrabbondante e fantasiosa ispirata ad esemplari metallici.
Spazi appositi sono poi riservati ai contesti di necropoli e di abitato, con testimonianze che vanno dal VII al II secolo a.C. e abbracciano l’intero territorio dell’antica città etrusca.
Per la prima volta vi è stato ricomposto il corredo della tomba principesca della Pania (fine VII – inizi VI sec. a.C.) con la grande situla in bronzo che contiene il cinerario e il calco della famosa pisside in avorio con scene mitologiche intagliate su più registri (l’originale è esposto nel Museo Archeologico di Firenze). Viene inoltre ripresentato, dopo un recente restauro, il cinerario Paolozzi con figure femminili di piangenti e teste di grifo. Capolavori di raffinatezza e verismo sono l’urna di Larth Sentinates Caesa, dalla tomba della Pellegrina, e i due sarcofagi femminili, uno di alabastro e l’altro fittile, da S. Mustiola e dalle Tassinaie. Quest’ultimo è inserito all’interno della ricostruzione delle tomba della famiglia Tiu da cui proviene, databile fra il 170 e il 150 a.C. La ricostruzione si avvale delle riproduzioni della decorazione pittorica della camera sepolcrale eseguite agli inizi del secolo XX dal pittore Guido Gatti per la Galleria della Pittura Etrusca del Museo Archeologico di Firenze, da cui provengono anche le altre riproduzioni di pitture di tombe arcaiche chiusine appese alle pareti ad accompagnare due frammenti originali con scene di banchetto già nella tomba del Colle (470 a.C. ca). Il piano seminterrato è dedicato invece alla Chiusi di età ellenistica e romana, con una finestra aperta sul periodo altomedievale, quando Chiusi fu sede di un importante ducato longobardo.
L’età ellenistica è rappresentata in primo luogo dalla ricca collezione di urne cinerarie, scolpite in marmo, alabastro, travertino, o realizzate in serie in terracotta, a stampo, con ritocchi a stecca negli esemplari di maggior qualità. Le urne fittili mantengono ancora una vivace, caratteristica policromia.
Splendide, per quanto frammentarie, sono le terrecotte architettoniche e votive.
Una curiosità: fra le altre produzioni locali di quest’epoca sono esposti anche alcuni ‘salvadanai’ dalla tipica forma panciuta, con iscrizione etrusca graffita, recuperati nello scavo delle fornaci dove venivano fabbricati.
Di età romana, oltre alle ceramiche di ‘sigillata aretina’, ai vetri, ai piccoli oggetti di bronzo, troviamo un ritratto marmoreo di Augusto giovane, in veste di pontefice massimo, considerato una delle migliori effigi esistenti dell’imperatore, e poi, sempre in marmo, altri ritratti di età imperiale, una grande statua femminile acefala proveniente dal probabile foro della città, due cippi funerari e una base onoraria.
La mitica caccia al cinghiale calidonio contraddistingue sia la fronte scolpita di un sarcofago sia il raffinato emblema musivo policromo estratto da un pavimento di una lussuosa villa suburbana, di recente attribuito a fabbrica alessandrina e datato fra l’80 e il 60 a.C..
Dai sepolcreti longobardi, in particolare da cinque tombe scavate in località Arcisa, provengono a loro volta armi in ferro, fibule riccamente decorate e gioielli.
Il percorso museale si conclude con le sezioni dedicate alla scrittura etrusca e alle collezioni private Mieli Servadio e Paolozzi, acquisite nel secolo scorso.
Fonte:
www.prolocochiusi.it/dettaglio5.aspx?id=1105
Nella prima sala sono esposti reperti, soprattutto ceramici, ma anche metallici, in osso e pietra, risalenti alle età più antiche, del Bronzo Recente e Finale, del Ferro, dell’Orientalizzante, restituiti ora da scavi recenti di abitato e ricognizioni di superficie, ora da vecchi ritrovamenti di sepolcreti a incinerazione. Così, accanto a oggetti di uso domestico e produttivo ne troviamo altri a destinazione funeraria, in genere più curati esteticamente e maggiormente integri per le diverse condizioni di recupero e conservazione.
Caratteristici sono gli ossuari biconici dell’Età del Ferro e di particolare rilievo il coperchio di uno di essi, sormontato da due figurine ritratte nell’atto di abbracciarsi. Risalgono all’Orientalizzante i vasi di bucchero con decorazione impressa ‘a cilindretto’ dove già si evidenzia la tipicità della produzione chiusina messa a confronto con i materiali d’importazione. Importantissima per pregio e suggestione è la collezione di ‘canopi’, i vasi cinerari di età Orientalizzante dal coperchio conformato a testa umana, qui presenti con numerosi esemplari deposti su trono. In genere il trono, simbolo dell’elevata posizione sociale del defunto, è in terracotta, ma nel caso del notissimo ‘canopo di Dolciano’ è di bronzo laminato e sbalzato, decorato con animali fantastici. Le importazioni di vasellame greco dipinto, che fecero giungere a Chiusi sin dai primi decenni del VI secolo a.C. capolavori assoluti, primo fra tutti il grande cratere François, vanto del Museo Archeologico di Firenze, sono rappresentate in particolare da raffinata ceramica attica, da quella più antica, ‘a figure nere’, a quella ‘a figure rosse’, fra cui spicca lo skyphos ‘di Penelope’ (datato attorno al 440 a.C.), con la nota rappresentazione della sposa di Ulisse davanti al telaio.
Nella stessa sala, a confronto, trovano spazio i prodotti delle officine ceramiche locali, sia d’imitazione, a ‘figure nere’ e a ‘figure rosse’, sia in bucchero ‘pesante’.
In particolare, vasto e selezionato è il campionario dei buccheri ‘pesanti’, tipici delle manifatture chiusine del VI secolo a.C., così detti per la decorazione sovrabbondante e fantasiosa ispirata ad esemplari metallici.
Spazi appositi sono poi riservati ai contesti di necropoli e di abitato, con testimonianze che vanno dal VII al II secolo a.C. e abbracciano l’intero territorio dell’antica città etrusca.
Per la prima volta vi è stato ricomposto il corredo della tomba principesca della Pania (fine VII – inizi VI sec. a.C.) con la grande situla in bronzo che contiene il cinerario e il calco della famosa pisside in avorio con scene mitologiche intagliate su più registri (l’originale è esposto nel Museo Archeologico di Firenze). Viene inoltre ripresentato, dopo un recente restauro, il cinerario Paolozzi con figure femminili di piangenti e teste di grifo. Capolavori di raffinatezza e verismo sono l’urna di Larth Sentinates Caesa, dalla tomba della Pellegrina, e i due sarcofagi femminili, uno di alabastro e l’altro fittile, da S. Mustiola e dalle Tassinaie. Quest’ultimo è inserito all’interno della ricostruzione delle tomba della famiglia Tiu da cui proviene, databile fra il 170 e il 150 a.C. La ricostruzione si avvale delle riproduzioni della decorazione pittorica della camera sepolcrale eseguite agli inizi del secolo XX dal pittore Guido Gatti per la Galleria della Pittura Etrusca del Museo Archeologico di Firenze, da cui provengono anche le altre riproduzioni di pitture di tombe arcaiche chiusine appese alle pareti ad accompagnare due frammenti originali con scene di banchetto già nella tomba del Colle (470 a.C. ca). Il piano seminterrato è dedicato invece alla Chiusi di età ellenistica e romana, con una finestra aperta sul periodo altomedievale, quando Chiusi fu sede di un importante ducato longobardo.
L’età ellenistica è rappresentata in primo luogo dalla ricca collezione di urne cinerarie, scolpite in marmo, alabastro, travertino, o realizzate in serie in terracotta, a stampo, con ritocchi a stecca negli esemplari di maggior qualità. Le urne fittili mantengono ancora una vivace, caratteristica policromia.
Splendide, per quanto frammentarie, sono le terrecotte architettoniche e votive.
Una curiosità: fra le altre produzioni locali di quest’epoca sono esposti anche alcuni ‘salvadanai’ dalla tipica forma panciuta, con iscrizione etrusca graffita, recuperati nello scavo delle fornaci dove venivano fabbricati.
Di età romana, oltre alle ceramiche di ‘sigillata aretina’, ai vetri, ai piccoli oggetti di bronzo, troviamo un ritratto marmoreo di Augusto giovane, in veste di pontefice massimo, considerato una delle migliori effigi esistenti dell’imperatore, e poi, sempre in marmo, altri ritratti di età imperiale, una grande statua femminile acefala proveniente dal probabile foro della città, due cippi funerari e una base onoraria.
La mitica caccia al cinghiale calidonio contraddistingue sia la fronte scolpita di un sarcofago sia il raffinato emblema musivo policromo estratto da un pavimento di una lussuosa villa suburbana, di recente attribuito a fabbrica alessandrina e datato fra l’80 e il 60 a.C..
Dai sepolcreti longobardi, in particolare da cinque tombe scavate in località Arcisa, provengono a loro volta armi in ferro, fibule riccamente decorate e gioielli.
Il percorso museale si conclude con le sezioni dedicate alla scrittura etrusca e alle collezioni private Mieli Servadio e Paolozzi, acquisite nel secolo scorso.
Fonte:
www.prolocochiusi.it/dettaglio5.aspx?id=1105
Articolo Wikipedia: http://it.wikipedia.org/wiki/Museo_archeologico_nazionale_di_Chiusi
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Coordinate: 43°0'57"N 11°56'57"E
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