Villa della Rocchetta
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Le prime notizie certe relative alla villa della Rocchetta risalgono al 1573, allorché "un podere con casa da signore e lavoratore, con terre lavorative, vitate, fruttate, posto nel Popolo di S. Donato a Collebriga, Potesteria del Ponte a Sieve, luogo detto la Rocchetta" fu venduto dai fratelli Pietro e Simone Signesi (cittadini fiorentini, figli di Tommaso di Berto, iscritti al gonfalone Nicchio del quartiere di S. Spirito) al loro cognato Antonio di Giovanni di Giovanni Mercati di Lione ("de Mercantis de lugdunio", iscritto al gonfalone Lion Nero del quartiere di S. Croce), per il prezzo di 650 scudi di moneta fiorentina (contratto rogato da ser Agnolo di Lorenzo Favilla il 29.1.1572 ab.inc.) (A.S.F., Decima granducale 1894 -Arroti S. Spirito 1573-, n°5, c.11r.; A.S.F., Notarile moderno, 296, n°67, cc.57v.-59r.).
Qualche anno dopo però (27.8.1579) la villa (insieme al vicino podere Barberino, posto nel popolo di S. Martino a Lubaco) venne intestata nuovamente al Mercati, che era stato di nuovo messo "a gravezza" per grazia del Granduca e per decisione della magistratura cittadina della Ruota (A.S.F., Decima granducale 2320 -Arroti S. Croce 1579-, n°120, cc.254r. e v.).
Finalmente l'8 marzo 1580 la villa della Rocchetta con il podere di Barberino furono venduti dal Mercati per 2.000 scudi a Pellegrino di Giovanni Battista di Pellegrino Brunaccini (contratto rogato dal notaio Carlo di ser Alessandro Rosselli) (A.S.F., Decima granducale 3113 -Arroti S. Giovanni 1581-, n°81, cc.161r.). La Rocchetta rimase di proprietà della famiglia Brunaccini (iscritta al gonfalone Leon d'Oro del quartiere di S. Giovanni) fino alla sua estinzione, avvenuta nel 1801.
Nei due decenni successivi all'acquisto della villa, attorno ad essa si venne organizzando una tenuta che risulta già sostanzialmente strutturata nel 1607, allorché (alla morte del suddetto Pellegrino) la titolarità dei beni passò al fratello Alessandro (A.S.F., Decima granducale 3179 -Arroti S. Giovanni 1607-, n°81, cc.176r.-180r.). Nel testamento del 1602, con cui istituiva come eredi il fratello Alessandro (impegnato ad assumere su di sé in prima persona anche tutte le attività finanziarie e mercantili di famiglia) e i di lui figli, Pellegrino si raccomandava che i "Magnifici Signori Guadagni" , con il quale era stato legato da "lunga et amorevole amicizia"e che erano -per così dire- vicini di casa dei Brunaccini (essendo possessori della villa di Masseto), continuassero a "proteggere, e favorire detto Messer Alessandro, e suoi figli; in tutto quello essi potranno, conservandolo interessato nelli loro traffichi, e negozi come hanno fatto, e fanno sino al presente verso il testatore quale confessa restare ad essi con obbligo infinito..." (testamento rogato dal notaio Orazio Maccanti, il 30 aprile 1602).
Della tenuta della Rocchetta, oltre al podere Barberino, facevano parte anche:
- nel popolo di S. Martino a Lubaco, i poderi denominati Sorbo e Porcile (quest'ultimo soltanto per un terzo, con st. 20 di terra, con la casa da lavoratore) e il mulino Porcile sul fossato delle Sieci;
- nel popolo di S. Gervasio a Lubaco, il podere detto delle Pianora (confinante con le cosiddette "comunanze" di Lubaco);
- nel popolo di S. Brigida a Lubaco, una parte di podere con porzione di una casa da signore e lavoratore situata in luogo detto la Torre al Pino o il cinque (confinante anche con il fossato delle Sieci e con il fossato del cinque): quest'ultimo per 5/18 spettava a Paol'Antonio de' Pazzi.
Componevano la tenuta anche altri vari appezzamenti, tra cui :
- alcuni terreni boscati "da pali" situati nel popolo di Santo Stefano a Monteaceraia nella potesteria del Borgo S. Lorenzo (luogo detto alla fonte al piano di sopra);
- un pezzo di terra lavorativa e querciata di st. 6 (luogo detto al Piano del Casolare), un pezzo di terra lavorativa e spogliata di st. 5 (luogo detto la Costa) e un pezzo di terra lavorativa, con capitozze di st. 5 circa a seme, (luogo detto le Balze), tutti nel popolo di S. Martino a Castel Lubaco;
- un pezzo di terra di st. 5 circa ulivata e querciata, in parte lavorativa e soda (luogo detto Borgo al Fiore, delle appartenenze del podere detto Malcantone), un altro pezzo di terra soda e querciata di st. 1 (luogo detto Piazza Calda), entrambi nel popolo di S. Gervasio a Lubaco.
Nel 1619 la proprietà risultava composta anche da "un podere con casa da signore e lavoratore, nel Popolo di S. Donato a Colle Briga ... l.d. al Trebbiolo ..." (cui attinevano sei pezzi di terra, e altri 4 pezzi di "terra lavorativa e capitozzati" di st. 24, posti in l.d. Ontaneto, nel popolo di S. Gervasio), e da un podere situato nel popolo di S. Martino a Lubaco l.d. al Fattoio (A.S.F., Decima granducale 3210 -Arroti S. Giovanni 1619-, n°414, cc.199r.-203r.).
Nel 1630, alla morte di Alessandro, la tenuta della Rocchetta passò al figlio Iacopo, ad eccezione del podere con casa da signore e da lavoratore del Trebbiolo e delle sue attinenze (Ontaneto), intestati direttamente al nipote Francesco, figlio di Iacopo; per il resto i libri di decima non registrano alcuna variazione, eccetto che per il podere Porcile, attribuito non più per 1/3 ma per 2/3 ai Brunaccini, e del podere con casa da signore e lavoratore della Torre al Pino, riscattato totalmente dai medesimi (A.S.F., Decima granducale 3235 -Arroti S. Giovanni 1630-, n°199, cc.73r.-77r.; idem, n°200, cc.85r e v.).
Lo stesso Iacopo nel 1633 ereditò da Maddalena Peruzzi (vedova del defunto zio Pellegrino) anche il podere Castello, nel popolo di S. Martino a Lubaco (A.S.F., Decima granducale 3240 -Arroti S. Giovanni 1633-, n°122, cc.297r.-298r.).
Alla morte di Iacopo (1644), la villa e tutti i poderi andarono ai due figli Francesco e Cav. Alessandro (A.S.F., Decima granducale 3263 -Arroti S. Giovanni 1644-, n°227, cc.178r.-184r.).
I due fratelli Brunaccini morirono nel 1697 ad un giorno di distanza l'uno dall'altro: la proprietà fu intestata ai tre figli di Francesco, e cioè il Cav. Iacopo Maria Gaetano, Lorenzo Maria Antonino e Carlo Maria di Francesco: l'unica variazione risultante dai registri di decima è data dall'acquisto (1666) di un pezzo di terra boscata situata in l.d. Doccio, nel popolo di S. Brigida a Lubaco (A.S.F., Decima granducale 3360 -Arroti S. Giovanni 1697-, n°6, cc.10r.-19v.).
Nel 1748, per l'entrata in vigore della nuova legge sui fedecommessi, i tre fratelli Brunaccini furono costretti a denunciare quali delle loro proprietà fossero sottoposti a tale istituto giuridico, che garantiva l'intangibilità e l'inalienabilità del patrimonio familiare: rifacendosi al testamento disposto dal loro avo Pellegrino di Giovan Battista nel 1602 (ASCP, Filza di fidecommissi, cc. 737r.-744v.), essi "vincolarono" non solo la villa della Rocchetta (della quale spettava a ciascuno un terzo), ma anche quei poderi che già da un secolo e mezzo costituivano la tenuta.
Nel 1753 morì il maggiore dei tre fratelli, Iacopo, e lo stesso fece un altro fratello, Lorenzo Maria: 2/3 della "casa da signore" della La Rocchetta, andarono così al nipote Cav. Iacopo Giovacchino, ancora in minore età (A.S.F., Decima granducale 3488 -Arroti S. Giovanni 1755-, n°123, cc.328r-335v.). Ma nel 1765 il restante terzo della villa e tutta la tenuta della Rocchetta passarono dall'ultimo dei tre fratelli, Carlo Maria (morto a Roma l'anno precedente), a Pellegrino Luigi (A.S.F., Decima granducale 3523 -Arroti S. Giovanni 1765-, n°130, cc.7r.-12r.): la successione fu fissata a conclusione di una lite giudiziaria avanzata dal suddetto Iacopo Giovacchino contro lo stesso Pellegrino Luigi (suo zio), e da quest'ultimo vinta.
Ma a seguito di un ricorso di Iacopo, il 14 agosto 1769 si pervenne ad una nuova sentenza del Magistrato Supremo, con la quale non solo la villa, ma anche tutti i poderi e terreni venivano divisi equamente a metà tra lo stesso Iacopo Giovacchino e lo zio Pellegrino Luigi (A.S.F., Decima granducale 3539 -Arroti S. Giovanni 1770-, n°101, cc.109r-115r.).
Tale divisione venne confermata anche in occasione del rifacimento dei campioni di decima, avvenuto nel 1776 (A.S.F., Decima granducale 5800, campione n°187, cc.1055v.-1057r.; idem, 5801, campione n° 232, cc.1437v.-1439r.). Da essi si desume che nel corso di due secoli nessun nuovo acquisto o vendita aveva alterato la composizione della tenuta della Rocchetta.
Nel 1784 Pellegrino Luigi morì lasciando una sola figlia femmina, cosicché tutto il patrimonio passò finalmente a Iacopo Giovacchino, che nel 1787 divenne anche Cavaliere di S. Stefano. Egli a sua volta morì nel 1801 a Madrid (la città ove era nata la madre, Emanuella Mendizabal), lasciando un'unica figlia, Maria Giovanna, ultima dei Brunaccini.
La sistemazione [del giardino e] di questo frutteto può essere ascrivibile alla prima metà del ‘900, ma l’impianto è senz’altro quello originale dell’inizio del ‘600.
Il giardino è diviso in tre livelli, secondo uno schema canonico. Dalla terrazza adiacente alla villa si può scendere attraverso una doppia scala in pietra al frutteto; al di sotto delle scale trova posto un ninfeo con resti di decorazione polimaterica e vasca in pietra. Nel frutteto sono situate due statue raffiguranti due figure che portano in mano frutta, forse Vertumno e Pomona, risalenti alla fine XVI sec.- inizio XVII. Nel piano inferiore, al di sotto di un terrazzamento, si trova da ultimo l’orto.
Fonte:
www.tuscany.name/CORNUCOPIA/ville/vrocchet.htm#
Qualche anno dopo però (27.8.1579) la villa (insieme al vicino podere Barberino, posto nel popolo di S. Martino a Lubaco) venne intestata nuovamente al Mercati, che era stato di nuovo messo "a gravezza" per grazia del Granduca e per decisione della magistratura cittadina della Ruota (A.S.F., Decima granducale 2320 -Arroti S. Croce 1579-, n°120, cc.254r. e v.).
Finalmente l'8 marzo 1580 la villa della Rocchetta con il podere di Barberino furono venduti dal Mercati per 2.000 scudi a Pellegrino di Giovanni Battista di Pellegrino Brunaccini (contratto rogato dal notaio Carlo di ser Alessandro Rosselli) (A.S.F., Decima granducale 3113 -Arroti S. Giovanni 1581-, n°81, cc.161r.). La Rocchetta rimase di proprietà della famiglia Brunaccini (iscritta al gonfalone Leon d'Oro del quartiere di S. Giovanni) fino alla sua estinzione, avvenuta nel 1801.
Nei due decenni successivi all'acquisto della villa, attorno ad essa si venne organizzando una tenuta che risulta già sostanzialmente strutturata nel 1607, allorché (alla morte del suddetto Pellegrino) la titolarità dei beni passò al fratello Alessandro (A.S.F., Decima granducale 3179 -Arroti S. Giovanni 1607-, n°81, cc.176r.-180r.). Nel testamento del 1602, con cui istituiva come eredi il fratello Alessandro (impegnato ad assumere su di sé in prima persona anche tutte le attività finanziarie e mercantili di famiglia) e i di lui figli, Pellegrino si raccomandava che i "Magnifici Signori Guadagni" , con il quale era stato legato da "lunga et amorevole amicizia"e che erano -per così dire- vicini di casa dei Brunaccini (essendo possessori della villa di Masseto), continuassero a "proteggere, e favorire detto Messer Alessandro, e suoi figli; in tutto quello essi potranno, conservandolo interessato nelli loro traffichi, e negozi come hanno fatto, e fanno sino al presente verso il testatore quale confessa restare ad essi con obbligo infinito..." (testamento rogato dal notaio Orazio Maccanti, il 30 aprile 1602).
Della tenuta della Rocchetta, oltre al podere Barberino, facevano parte anche:
- nel popolo di S. Martino a Lubaco, i poderi denominati Sorbo e Porcile (quest'ultimo soltanto per un terzo, con st. 20 di terra, con la casa da lavoratore) e il mulino Porcile sul fossato delle Sieci;
- nel popolo di S. Gervasio a Lubaco, il podere detto delle Pianora (confinante con le cosiddette "comunanze" di Lubaco);
- nel popolo di S. Brigida a Lubaco, una parte di podere con porzione di una casa da signore e lavoratore situata in luogo detto la Torre al Pino o il cinque (confinante anche con il fossato delle Sieci e con il fossato del cinque): quest'ultimo per 5/18 spettava a Paol'Antonio de' Pazzi.
Componevano la tenuta anche altri vari appezzamenti, tra cui :
- alcuni terreni boscati "da pali" situati nel popolo di Santo Stefano a Monteaceraia nella potesteria del Borgo S. Lorenzo (luogo detto alla fonte al piano di sopra);
- un pezzo di terra lavorativa e querciata di st. 6 (luogo detto al Piano del Casolare), un pezzo di terra lavorativa e spogliata di st. 5 (luogo detto la Costa) e un pezzo di terra lavorativa, con capitozze di st. 5 circa a seme, (luogo detto le Balze), tutti nel popolo di S. Martino a Castel Lubaco;
- un pezzo di terra di st. 5 circa ulivata e querciata, in parte lavorativa e soda (luogo detto Borgo al Fiore, delle appartenenze del podere detto Malcantone), un altro pezzo di terra soda e querciata di st. 1 (luogo detto Piazza Calda), entrambi nel popolo di S. Gervasio a Lubaco.
Nel 1619 la proprietà risultava composta anche da "un podere con casa da signore e lavoratore, nel Popolo di S. Donato a Colle Briga ... l.d. al Trebbiolo ..." (cui attinevano sei pezzi di terra, e altri 4 pezzi di "terra lavorativa e capitozzati" di st. 24, posti in l.d. Ontaneto, nel popolo di S. Gervasio), e da un podere situato nel popolo di S. Martino a Lubaco l.d. al Fattoio (A.S.F., Decima granducale 3210 -Arroti S. Giovanni 1619-, n°414, cc.199r.-203r.).
Nel 1630, alla morte di Alessandro, la tenuta della Rocchetta passò al figlio Iacopo, ad eccezione del podere con casa da signore e da lavoratore del Trebbiolo e delle sue attinenze (Ontaneto), intestati direttamente al nipote Francesco, figlio di Iacopo; per il resto i libri di decima non registrano alcuna variazione, eccetto che per il podere Porcile, attribuito non più per 1/3 ma per 2/3 ai Brunaccini, e del podere con casa da signore e lavoratore della Torre al Pino, riscattato totalmente dai medesimi (A.S.F., Decima granducale 3235 -Arroti S. Giovanni 1630-, n°199, cc.73r.-77r.; idem, n°200, cc.85r e v.).
Lo stesso Iacopo nel 1633 ereditò da Maddalena Peruzzi (vedova del defunto zio Pellegrino) anche il podere Castello, nel popolo di S. Martino a Lubaco (A.S.F., Decima granducale 3240 -Arroti S. Giovanni 1633-, n°122, cc.297r.-298r.).
Alla morte di Iacopo (1644), la villa e tutti i poderi andarono ai due figli Francesco e Cav. Alessandro (A.S.F., Decima granducale 3263 -Arroti S. Giovanni 1644-, n°227, cc.178r.-184r.).
I due fratelli Brunaccini morirono nel 1697 ad un giorno di distanza l'uno dall'altro: la proprietà fu intestata ai tre figli di Francesco, e cioè il Cav. Iacopo Maria Gaetano, Lorenzo Maria Antonino e Carlo Maria di Francesco: l'unica variazione risultante dai registri di decima è data dall'acquisto (1666) di un pezzo di terra boscata situata in l.d. Doccio, nel popolo di S. Brigida a Lubaco (A.S.F., Decima granducale 3360 -Arroti S. Giovanni 1697-, n°6, cc.10r.-19v.).
Nel 1748, per l'entrata in vigore della nuova legge sui fedecommessi, i tre fratelli Brunaccini furono costretti a denunciare quali delle loro proprietà fossero sottoposti a tale istituto giuridico, che garantiva l'intangibilità e l'inalienabilità del patrimonio familiare: rifacendosi al testamento disposto dal loro avo Pellegrino di Giovan Battista nel 1602 (ASCP, Filza di fidecommissi, cc. 737r.-744v.), essi "vincolarono" non solo la villa della Rocchetta (della quale spettava a ciascuno un terzo), ma anche quei poderi che già da un secolo e mezzo costituivano la tenuta.
Nel 1753 morì il maggiore dei tre fratelli, Iacopo, e lo stesso fece un altro fratello, Lorenzo Maria: 2/3 della "casa da signore" della La Rocchetta, andarono così al nipote Cav. Iacopo Giovacchino, ancora in minore età (A.S.F., Decima granducale 3488 -Arroti S. Giovanni 1755-, n°123, cc.328r-335v.). Ma nel 1765 il restante terzo della villa e tutta la tenuta della Rocchetta passarono dall'ultimo dei tre fratelli, Carlo Maria (morto a Roma l'anno precedente), a Pellegrino Luigi (A.S.F., Decima granducale 3523 -Arroti S. Giovanni 1765-, n°130, cc.7r.-12r.): la successione fu fissata a conclusione di una lite giudiziaria avanzata dal suddetto Iacopo Giovacchino contro lo stesso Pellegrino Luigi (suo zio), e da quest'ultimo vinta.
Ma a seguito di un ricorso di Iacopo, il 14 agosto 1769 si pervenne ad una nuova sentenza del Magistrato Supremo, con la quale non solo la villa, ma anche tutti i poderi e terreni venivano divisi equamente a metà tra lo stesso Iacopo Giovacchino e lo zio Pellegrino Luigi (A.S.F., Decima granducale 3539 -Arroti S. Giovanni 1770-, n°101, cc.109r-115r.).
Tale divisione venne confermata anche in occasione del rifacimento dei campioni di decima, avvenuto nel 1776 (A.S.F., Decima granducale 5800, campione n°187, cc.1055v.-1057r.; idem, 5801, campione n° 232, cc.1437v.-1439r.). Da essi si desume che nel corso di due secoli nessun nuovo acquisto o vendita aveva alterato la composizione della tenuta della Rocchetta.
Nel 1784 Pellegrino Luigi morì lasciando una sola figlia femmina, cosicché tutto il patrimonio passò finalmente a Iacopo Giovacchino, che nel 1787 divenne anche Cavaliere di S. Stefano. Egli a sua volta morì nel 1801 a Madrid (la città ove era nata la madre, Emanuella Mendizabal), lasciando un'unica figlia, Maria Giovanna, ultima dei Brunaccini.
La sistemazione [del giardino e] di questo frutteto può essere ascrivibile alla prima metà del ‘900, ma l’impianto è senz’altro quello originale dell’inizio del ‘600.
Il giardino è diviso in tre livelli, secondo uno schema canonico. Dalla terrazza adiacente alla villa si può scendere attraverso una doppia scala in pietra al frutteto; al di sotto delle scale trova posto un ninfeo con resti di decorazione polimaterica e vasca in pietra. Nel frutteto sono situate due statue raffiguranti due figure che portano in mano frutta, forse Vertumno e Pomona, risalenti alla fine XVI sec.- inizio XVII. Nel piano inferiore, al di sotto di un terrazzamento, si trova da ultimo l’orto.
Fonte:
www.tuscany.name/CORNUCOPIA/ville/vrocchet.htm#
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