D'jebel Idinen
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, 35 Chilometri dal centro (غات)
Mondo / Libia
montagna
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[Djebel Idinen]
28/12/2004
La guida che ci accoglie la mattina mi lascia stupito: è Barka, un tuaregh che studia a Siena e tutti gli autisti del nostro convoglio sono del suo villaggio. Ho letto che trascorrere qualche giorno nel deserto in compagnia dei tuaregh può rivelarsi un'esperienza stupenda ed indimenticabile, ora potrò sperimentarlo di persona.
Le cinque Toyota 4x4 prendono la strada e lasciano Germa l'antica capitale dei Garamanti, popolo fiero e misterioso che nessuno riuscì mai a sottomettere. Tennero lontani dal Sahara anche i Romani e per questo nelle antiche mappe dell'Africa, oltre la costa, appariva solo la scritta "hic sunt leones".
Ubari, dove facciamo sosta per ritirare i passaporti con la convalida del visto, è famosa per la sua moschea tuaregh, risalente ai primi del XIX sec. e per una cruenta battaglia di cui fu teatro nel 1914, all'inizio della colonizzazione italiana. A Ubari reclamiamo anche noi lo shèsh (o taguelmoust) quindi invadiamo la bottega di un sarto che con estrema calma ci fornisce metri e metri di stoffa per il nostro copricapo. Chi è già stato in Africa sa che il turbante tuaregh è estremamente pratico e utile contro il freddo e la polvere; ma secondo la tradizione degli "uomini blu" dovrebbe servire anche ad evitare che gli spiriti maligni si introducano nel cuore attraverso il naso o la bocca.
Ahmud, il nostro cuoco, ci aspetta per un primo pranzo fra le dune, alcune piccole gobbe fra la strada che conduce a Ghat e l'altipiano del Messak Settafet, massiccio di arenaria lungo 300 chilometri. Verdure e tonno, un formaggio molto buono che sembra yogurt, acqua e succo di frutta sono il nostro primo pasto che ci fa sentire più vicini agli abitanti del deserto. Poi segue la prima passeggiata sulle dune rapiti dal silenzio e dal nulla che ci circonda.
Riprendiamo il viaggio, la strada prosegue rettilinea e a rompere la monotonia del viaggio ci sono solo le automobili che lampeggiano a salutare chi viaggia in senso opposto. Prima del tramonto compare alla nostra destra il profilo inquietante del Djebel Idinen, la montagna degli spiriti, un massiccio isolato appartenete morfologicamente all'Akakus, che secondo le leggende tuareg sarebbe abitato da spiriti e demoni. La leggenda è dovuta ai terribili schianti prodotti dalla rottura di grandi masse di roccia che rotolano a valle giorno e notte; rumori che sembrano appartenere al mondo degli uomini e invece provengono da quello geologico e minerale. Mi colpiscono gli enormi monoliti che si innalzano a strapiombo sulla scarpata: il tutto dà un senso di potenza e l'aspetto di una fortezza inespugnabile. La giornata di sole che sta per finire si porta con sé un vento fastidioso che costringe Barka a cercare un posto riparato per la notte. Ci accampiamo così ai piedi della montagna degli spiriti, nel letto di uno uadi a sud-ovest del massiccio.
E' la prima notte di campo, con la temperatura che scende all'improvviso appena il sole tramonta, fortunatamente sono attrezzato con maglioni e giacca a vento. Poi il buio ricopre ogni cosa e il cielo si accende di stelle; è uno spettacolo incredibile che ho già visto in passato ma che ogni volta mi lascia stupefatto. E mentre Ahmud serve un ottimo couscous, Barka e gli autisti sono già attorno al fuoco: cantano "Ténéré, Ténéré" , una litania infinita accompagnata dal ritmo delle dita su una tanica vuota, l'omaggio dei figli del deserto alla loro terra
28/12/2004
La guida che ci accoglie la mattina mi lascia stupito: è Barka, un tuaregh che studia a Siena e tutti gli autisti del nostro convoglio sono del suo villaggio. Ho letto che trascorrere qualche giorno nel deserto in compagnia dei tuaregh può rivelarsi un'esperienza stupenda ed indimenticabile, ora potrò sperimentarlo di persona.
Le cinque Toyota 4x4 prendono la strada e lasciano Germa l'antica capitale dei Garamanti, popolo fiero e misterioso che nessuno riuscì mai a sottomettere. Tennero lontani dal Sahara anche i Romani e per questo nelle antiche mappe dell'Africa, oltre la costa, appariva solo la scritta "hic sunt leones".
Ubari, dove facciamo sosta per ritirare i passaporti con la convalida del visto, è famosa per la sua moschea tuaregh, risalente ai primi del XIX sec. e per una cruenta battaglia di cui fu teatro nel 1914, all'inizio della colonizzazione italiana. A Ubari reclamiamo anche noi lo shèsh (o taguelmoust) quindi invadiamo la bottega di un sarto che con estrema calma ci fornisce metri e metri di stoffa per il nostro copricapo. Chi è già stato in Africa sa che il turbante tuaregh è estremamente pratico e utile contro il freddo e la polvere; ma secondo la tradizione degli "uomini blu" dovrebbe servire anche ad evitare che gli spiriti maligni si introducano nel cuore attraverso il naso o la bocca.
Ahmud, il nostro cuoco, ci aspetta per un primo pranzo fra le dune, alcune piccole gobbe fra la strada che conduce a Ghat e l'altipiano del Messak Settafet, massiccio di arenaria lungo 300 chilometri. Verdure e tonno, un formaggio molto buono che sembra yogurt, acqua e succo di frutta sono il nostro primo pasto che ci fa sentire più vicini agli abitanti del deserto. Poi segue la prima passeggiata sulle dune rapiti dal silenzio e dal nulla che ci circonda.
Riprendiamo il viaggio, la strada prosegue rettilinea e a rompere la monotonia del viaggio ci sono solo le automobili che lampeggiano a salutare chi viaggia in senso opposto. Prima del tramonto compare alla nostra destra il profilo inquietante del Djebel Idinen, la montagna degli spiriti, un massiccio isolato appartenete morfologicamente all'Akakus, che secondo le leggende tuareg sarebbe abitato da spiriti e demoni. La leggenda è dovuta ai terribili schianti prodotti dalla rottura di grandi masse di roccia che rotolano a valle giorno e notte; rumori che sembrano appartenere al mondo degli uomini e invece provengono da quello geologico e minerale. Mi colpiscono gli enormi monoliti che si innalzano a strapiombo sulla scarpata: il tutto dà un senso di potenza e l'aspetto di una fortezza inespugnabile. La giornata di sole che sta per finire si porta con sé un vento fastidioso che costringe Barka a cercare un posto riparato per la notte. Ci accampiamo così ai piedi della montagna degli spiriti, nel letto di uno uadi a sud-ovest del massiccio.
E' la prima notte di campo, con la temperatura che scende all'improvviso appena il sole tramonta, fortunatamente sono attrezzato con maglioni e giacca a vento. Poi il buio ricopre ogni cosa e il cielo si accende di stelle; è uno spettacolo incredibile che ho già visto in passato ma che ogni volta mi lascia stupefatto. E mentre Ahmud serve un ottimo couscous, Barka e gli autisti sono già attorno al fuoco: cantano "Ténéré, Ténéré" , una litania infinita accompagnata dal ritmo delle dita su una tanica vuota, l'omaggio dei figli del deserto alla loro terra
Articolo Wikipedia: http://it.wikipedia.org/wiki/Tadrart_Acacus
Nearby cities:
Coordinate: 25°16'48"N 10°14'23"E
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